3.6 Autonomia scolastica e flessibilità

organizzativa e didattica

Ivana Summa

 

 

 

 

 

La pratica della flessibilità

In Italia e in altri paesi europei, in questi ultimi due decenni, sono stati predisposti interventi normativi che sembrano prefigurare alcune tendenze nelle politiche educative, ai diversi livelli di titolarità:

-          richiesta, da parte delle comunità locali, di differenziare l’offerta formativa, sia pure all’interno di un unico quadro nazionale;

-          richiesta, da parte degli utenti del servizio scolastico, di poter effettuare scelte personali diversificate;

-          richiesta delle scuole, orientata alla progettazione autonoma, di poter realizzare una differenziazione didattica adeguata ai diversi bisogni formativi degli studenti;

-          necessità di utilizzare in modo flessibile ed integrato le risorse esistenti, per ottimizzarle e renderle interagenti in un unico progetto.

Se volessimo, con una sola parola, accomunare queste richieste da parte di soggetti diversi, troveremmo comoda l’etichetta di “flessibilità”. Infatti, questo concetto viene ampiamente citato in tutta la normativa riguardante l’autonomia scolastica, assumendo una connotazione positiva, mentre tradizionalmente se ne attribuiva una prevalentemente negativa. Nel mondo della scuola la flessibilità rappresenta oggi quell’insieme di azioni “scelte” e deliberate che consentono di allontanarsi da un’offerta formativa uniforme, statica, determinata una volta per tutte.

La pratica della flessibilità, come ben sappiamo, è entrata nelle nostre scuole fin da prima dell’autonomia, con un grande sforzo, da parte delle singole scuole, di apertura sistemica del curricolo verso le iniziative dell’extra-scuola.

Ma a che punto è la flessibilità nelle nostre scuole? Per rispondere a questa domanda sono necessari dati di conoscenza che soltanto le scuole possono fornire in tutta la loro interezza e sforzi di interpretazione che debbono essere realizzati da più soggetti, in modo che il dato sia il più attendibile possibile.

Dovremmo chiederci, in questa fase di trasformazione non ancora compiuta, come le scuole stiano modulando, attraverso la flessibilità organizzativa e didattica, i curricoli obbligatori che, a livello nazionale, sono ancora rappresentati dai programmi secondo una procedura antecedente all’attribuzione dell’autonomia scolastica.

A tal fine è stato realizzato un progetto di ricerca finanziato dall’ IRRE Emilia Romagna, consistente in un’indagine denominata “La flessibilità del curricolo nell’autonomia” rivolta a tutte le scuole della nostra regione statali e non statali.

È stato utilizzato come strumento di ricerca un questionario inviato a tutti gli istituti scolastici della regione. A conclusione della rilevazione dei dati e a seguito delle prime ipotesi interpretative, il gruppo di ricerca, ha avvertito la necessità di approfondire il panorama delle conoscenze emerse dal questionario con un approccio di tipo qualitativo, con un ulteriore progetto di ricerca, finanziato dall’Ufficio scolastico regionale “Modelli organizzativi flessibili nella scuola di base e nel biennio secondario superiore”[1]. Entrambe le ricerche cercano di dare risposta alla seguente domanda: “che cosa sta accadendo nelle scuole della nostra regione?”.

È chiaro che, nel momento in cui si disegnava la ricerca, c’era, ed è stata confermata, un’ipotesi specifica di fondo derivante dall’esperienza dei monitoraggi condotti nella nostra regione negli anni a cavallo dell’effettiva attribuzione dell’autonomia: le scuole, in una percentuale molto elevata, utilizzano diverse forme di flessibilità, come espressione distintiva dell’autonomia che trova la sua manifestazione più palpabile nel piano dell’offerta formativa.

La flessibilità tra quota obbligatoria, opzionale e facoltativa

Il questionario contiene una prima parte anagrafica, che ha posto svariati problemi relativi alla tipologia di scuola[2].

Si è ritenuto opportuno limitare l’indagine agli ultimi 4 anni, a cominciare dal 1999/2000 fino all’anno scolastico 2002/2003. Il primo rappresenta la cerniera tra la fase sperimentale e la fase di pieno regime dell’autonomia, l’ultimo si pone come fase di transizione tra riforma dell’autonomia e riforma degli ordinamenti scolastici.

Il questionario pone ai compilatori essenzialmente due domande.

La prima chiede conto della flessibilità prevista dall’art. 12 del D.P.R. 275/99, comma 2: “Le istituzioni scolastiche possono realizzare compensazioni fra le discipline e le attività previste dagli attuali programmi. Il decremento orario di ciascuna disciplina e attività è possibile entro il 15 per cento del relativo monte orario annuale.” Questo articolo, infatti, in attesa della definizione dei curricoli di cui all’art. 8, dà la possibilità alle scuole di modificare quelli esistenti nella direzione di una integrazione tra le diverse discipline ed attività. Circa la tipologia di flessibilità, ci si è limitati a chiedere se c’è stata una semplice compensazione tra discipline (indicando, però, quali sono quelle interessate) e /o una nuova distribuzione oraria. Infatti, lo stesso DPR 275/99, all’art.4, prevede, nell’ambito dell’autonomia didattica, la possibilità di ridistribuire in unità di insegnamento, non coincidenti con l’unità oraria, il monte ore obbligatorio delle singolo discipline, mentre all’art. 5 – autonomia organizzativa – si individua la possibilità di articolare in modo flessibile e modulare, anche su base plurisettimanale, il monte ore annuale, pluriennale o di ciclo previsto per le singole discipline e attività obbligatorie. A completare questa prima domanda, si chiede, infine, di esplicitare le finalità principali di tale flessibilità in numero non superiore a tre.

La seconda domanda del questionario allarga la prospettiva all’ampliamento dell’offerta formativa, ovvero a quanto previsto dall’art. 9 del regolamento dell’autonomia. Per comprendere bene questa domanda, si è ritenuto necessario mettere a punto tre tipologie di schede: la scheda denominata A serve per indicare le discipline e le attività inserite nel curricolo obbligatorio della scuola e scelte dalla scuola stessa; la scheda B riguarda, invece, discipline e attività opzionali , sempre curriculari, ma scelte dagli studenti; la scheda C, infine, chiede di registrare le discipline ed attività facoltative e, dunque, fuori dal curricolo.  Ogni scheda presenta dieci aree tematiche, identificando o quelle più probabili perché sostenute da normativa specifica (come la seconda lingua straniera) o quelle più comprensive di una pluralità di interventi come, ad esempio il recupero, la dispersione, le attività laboratoriali.

Le variabili individuate per le singole dieci voci riguardano: la diffusione (classi e alunni); la periodicità (annuale o con scansioni diverse); il personale (la tipologia di quello interno o, semplicemente quello esterno); la provenienza dei finanziamenti che, oltre alla scuola stessa e agli Enti Locali, prevede anche “altri soggetti” (finanziatori privati, famiglie, progetti europei; le strutture, scolastiche e non.

Infine, ogni scheda si chiude con due richieste a risposta aperta. La prima chiede di riportare le finalità cui si sono ispirate le attività contenute nella tabella, suggerendo di non indicare più di tre finalità; la seconda lascia un ampio spazio per eventuali informazioni e precisazioni che la scuola vuole dare, sia in aggiunta alle voci del questionario, sia in sostituzione.

Le risposte delle scuole

Prima di riportare alcuni dati, occorre tener presenti le seguenti considerazioni:

-       l’invio del questionario, effettuato tramite rete intranet, risale ai primi giorni di ottobre 2002;

-       le risposte ai questionari pervenute per via postale, per fax e per posta elettronica sono state raccolte entro la data del 15 novembre 2002;

-       su 641 questionari inviati, 434 sono risultate le scuole che hanno risposto (il 67,71%) di tutte le scuole della regione. Si tratta di un tasso di risposta (due su tre) molto elevato che rende possibile ipotizzare l’insieme dei questionari raccolti come statisticamente “rappresentativo” dell’universo che si intendeva indagare: tutte le scuole dell’Emilia-Romagna. L’ampiezza della documentazione raccolta, la sua diffusione su base territoriale, l’interesse dei quesiti posti – oggi, peraltro, molto attuali per la scuola di base che si accinge ad applicare la riforma contenuta nella legge n.53/2003 - fa sì che l’indagine consenta una riflessione più meditata sul rapporto tra autonomia della scuola e ordinamenti nazionali. Prima di analizzare le risposte relative alle attività obbligatorie, opzionali e facoltative, rendiamo conto delle prime due domande, decisive anche per la compilazione delle schede analitiche.

Alla prima domanda del questionario “La scuola ha utilizzato la flessibilità prevista dall’art.12 del DPR 275/99 (gestione del 15% del monte orario annuale del curricolo nazionale)?”, hanno risposto 479 su 483 con una percentuale di SI pari al 63,15%. Le scuole che rispondevano positivamente erano invitate a specificare da quale anno: il 68%,00 delle scuole ha iniziato a praticare la flessibilità dal 1999/2000, il 7,67% ha cominciato l’anno successivo, il 6,67% dall’anno dopo. Soltanto una scuola ha avviato forme di flessibilità dall’anno scolastico 1997/98 che, come è noto, è l’anno della pubblicazione della legge n. 59, istitutiva dell’autonomia scolastica. Relativamente alle modalità di attuazione della flessibilità di cui sopra, in particolare:

1.    flessibilità oraria con nuova quantificazione e distribuzione oraria;

2.    compensazione tra discipline ed attività della quota nazionale del curricolo

Il 51,52% delle scuole della regione ha realizzato l’ipotesi n. 1, mentre il 48,48% l’ipotesi n.2 che comporta l’introduzione di nuove attività, anche di natura interdisciplinare e progettuale. Nel questionario era prevista una domanda aperta in merito alla specificazione delle discipline coinvolte nelle esperienze di compensazione.

 

Tab.88 - Tipologia di discipline fatte oggetto di flessibilità. Valori assoluti e percentuali

 

Discipline

Valori assoluti

%

Discipline letterarie

69

22,3

Discipline scientifiche

52

16,8

Lingua straniera

48

15,5

Tutte le discipline

32

10,3

Educazione al suono e all’immagine

22

7,1

informatica

17

5,5

Discipline artistiche

15

4,8

Studi sociali

15

4,8

Discipline tecnico-scientifiche

13

4,2

Educazione motoria

13

4,2

Discipline economico-giuridiche

9

2,9

Compensazione per aree disciplinari

5

1,6

Totale

310

100,0

Fonte: Rapporto di ricerca, 2003

 

Le discipline più rappresentate risultano in ordine quelle letterarie, quindi le scientifiche, e a seguire la lingua straniera. Degna di nota la percentuale di 10,32 delle scuole che coinvolgono nella flessibilità tutte le discipline.

Una ulteriore domanda aperta chiedeva di esplicitare le finalità attribuite alla flessibilità. Per comprendere la natura delle finalità individuate dalle scuole con le risposte aperte, occorre precisare che, ovviamente, le scuole si sono sbizzarrite riguardo alle locuzioni utilizzate in ordine alla definizione delle finalità attribuite alla flessibilità praticata.

È stato, pertanto, fatto un lavoro di prima lettura ed elencazione e, successivamente, per tappe successive si è giunti ad accorparle in 15 categorie nel modo qui di seguito esplicitato. È dalla lettura ed integrazione di tali finalità, che possono emergere le motivazioni della pratica della flessibilità, a prescindere dal tipo di attività realizzata. Analizzando la flessibilità praticata nel curricolo obbligatorio, emergono differenziali di notevole interesse tra i diversi livelli scolastici. La distribuzione statistica delle risposte a tale domanda è risultata la seguente:

 

Tab.89 - Finalità dichiarate dalle scuole per la pratica della flessibilità. Valori assoluti e percentuali

Finalità

Valori

assoluti

%

1.        Miglioramento ed ampliamento dell’offerta formativa per favorire progetti integrati con il territorio e sviluppare competenze specifiche

102

15,7

2.        Recupero e stimolo di interessi per prevenire la dispersione e garantire il successo scolastico.

96

14,8

3.        Individualizzazione dell’insegnamento, consolidamento e sviluppo del percorso formativo.

78

12,0

4.        Integrazione e potenziamento del curricolo

52

8,0

5.        Orientamento formativo e sviluppo di capacità decisionali autonome

44

6,8

6.        Caratterizzazione delle discipline sul piano della comunicazione ed introduzione di nuove tecnologie per arricchimento culturale.

40

6,2

7.        Differenziazione e valorizzazione per far emergere le attitudini e promuovere l’eccellenza.

38

5,9

8.        Potenziamento delle attività di laboratorio ed ampliamento dell’area professionale operativa.

37

5,7

9.        Accoglienza, socializzazione e integrazione studenti in condizioni di disagio

33

5,1

10.     Familiarizzazione/Potenziamento delle lingue straniere

32

4,9

11.     Diversificazione dell’ attività per rispondere alle reali esigenze degli studenti per una scuola europea.

29

4,5

12.     Efficacia ed efficienza didattica; continuità verticale

25

3,9

13.     Potenziamento delle capacità espressive, cognitive e strumentali attraverso nuovi criteri metodologico-didattici.

16

2,5

14.     Innesto e radicamento del processo educativo-formativo nel contesto territoriale

14

2,2

15.     Approccio modulare per ambiti disciplinari comuni e realizzazione di progetti interdisciplinari.

13

2,0

Totale

649

100,0

Fonte: Rapporto di ricerca, 2003

 

La finalità 1 (ampliamento dell’offerta) ci dice che gli Istituti tecnici l’hanno menzionata per l’82,00% delle scuole, mentre la percentuale più bassa si riscontra nelle scuole dell’infanzia con il 58,59%.

La finalità 2 (prevenire la dispersione), invece, vede gli Istituti professionali con la percentuale più alta (74,79%), mentre le scuole dell’infanzia si quotano con la percentuale più bassa pari al 21,21%.

La finalità 3 (individualizzazione) vede quotati gli Istituti professionali con il 79,49%, mentre le scuole dell’infanzia si collocano sempre con la percentuale più bassa con il 18,18%.

La finalità 4 (potenziamento) – relativa, peraltro, alle eccellenze - vede con la percentuale più alta le scuole medie con il 35,67%, mentre le scuole dell’infanzia hanno un modesto 4,04%.

La finalità 5 (orientamento formativo) fa balzare al top di nuovo gli Istituti professionali con il 56,41%, mentre questa volta la percentuale più bassa ce l’hanno le scuole medie con l’ 1,17%.

La finalità 6 (nuove tecnologie) rovescia le posizioni: sono le scuole medie ad avere il primato con il 59,06%, mentre gli Istituti professionali occupano la posizione più bassa con il 7,69%.

La finalità 7 (far emergere le attitudini) fa balzare al primo posto gli Istituti professionali con il 43,59%, mentre le scuole materne sono in fondo nella graduatoria con il 9,09%.

La finalità 8 (laboratorio) assegna il primo posto alla scuola elementare con il 65,90%, mentre sono gli Istituti tecnici ad avere la percentuale più bassa, ma comunque importante, del 36,00%.

La voce 9 (accoglienza) attribuisce il valore più alto alle scuole elementari (15,03%), mentre le scuole medie presentano il valore più basso con il 7,02%.

La voce 10 (lingue straniere) fa riscontrare il valore più alto nei Licei (20,75%) e quello più basso nelle scuole dell’infanzia (11,11%).

 Concludiamo il nostro contributo dando altre informazioni sulle scuole che hanno dichiarato di praticare la flessibilità didattica ed organizzativa nell’ambito dell’orario curricolare. Oltre a rendere meno rigido il curricolo obbligatorio, queste scuole sono per gran parte le stesse che poi utilizzano la flessibilità opzionale all’interno dell’orario curricolare obbligatorio e/o quella facoltativa nell’orario di ampliamento dell’offerta formativa. Questa tendenza segnala che la scuola intende avvalersi a fondo delle diverse opportunità offerte dal nuovo quadro normativo connesso all’autonomia. 

Rimandando alla lettura diretta dei dati analitici, possiamo fare qualche sintetica osservazione ed interpretazione dei dati della ricerca. Intanto si può notare come, mentre la scuola dell’obbligo coinvolge più frequentemente tutte le classi nella flessibilità, la scuola superiore limita il coinvolgimento di alcune classi. Tutte le scuole, poi, utilizzano prevalentemente personale direttamente assegnato sui progetti, piuttosto che personale incentivato o appartenente all’organico aggiuntivo. Il personale esterno, invece, viene utilizzato soprattutto negli Istituti professionali (58,97) e negli Istituti tecnici (48,00), a seguire nei Licei (35,85), nella scuola elementare (38,73), nella scuola materna (34,34) e nella scuola media (22,81). Per quanto riguarda, invece, la voce finanziamenti, è molto evidente come tutti le scuole utilizzino essenzialmente i fondi di bilancio, con quote che superano anche il 50%, poi i finanziamenti degli enti locali e, infine, fondi provenienti da altri soggetti. Infine, la flessibilità viene praticata essenzialmente all’interno delle strutture scolastiche.   I dati sopra riportati sono una piccola parte di quelli effettivamente disponibili; altri ancora potrebbero essere ottenuti mettendo in relazione gli stessi dati con le diverse variabili. Tuttavia, anche soltanto da questa prima sintesi si può comprendere come sia necessario approfondire il fenomeno della flessibilità soprattutto attraverso un approccio qualitativo, non tanto orientato alla semplice registrazione dei nuovi dati organizzativi, ma volto ad approfondire i significati culturali dell’autonomia, come capacità di rileggere a fondo gli obiettivi formativi della nostra scuola. In particolare, oltre alla cultura organizzativa e didattica che sta alla base delle scelte di flessibilità, sarebbe interessante scoprire in che modo le scuole sono giunte alla pratica della flessibilità, atteso che la stessa è stata da noi utilizzata come un indicatore fondamentale dell’autonomia scolastica.

 

 



[1] Il progetto di ricerca dell’IRRE E-R è stato coordinato da Ivana Summa; il progetto dell’USR E-R è stato coordinato da Anna Maria Benini.

[2] Per quanto riguarda la secondaria di secondo grado si è deciso di ridurre a tre le tipologie – licei, professionali e tecnici – anche se restano esclusi, in un certo senso gli Istituti d’Arte. Tuttavia, quando i dati sono stati trattati, questo aspetto è stato tenuto presente. Anche le diciture direzione didattica o istituto comprensivo hanno creato qualche problema, parzialmente risolto con la richiesta di compilare tante schede quante sono le tipologie di scuola.